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Soria dell'Albania


bandiera italiana
Shqipëria è l’ostico nome, pronunciato in antica lingua arbëreshe, con il quale gli albanesi chiamano la loro Patria, la più piccola e meno conosciuta nazione dei Balcani: un paese che, a partire dalla vittoriosa rivolta studentesca dell’inverno del ‘91 contro il regime comunista di Ramiz Alia (successore del despota Enver Hoxha), sembra essere improvvisamente ricomparso sulla carta geografica d’Europa. Anche se l’Albania è una realtà ben più antica, la cui storia affonda le radici in un passato molto lontano, quando il popolo degli Illiri (di presunta provenienza anatolica) si insediò in questo territorio. Seguì poi la conquista romana, le calamità barbariche, il dominio bizantino e le ondate normanne, sveve, serbe e angioine, fino ad arrivare alla lunga dominazione ottomana e, quasi in appendice, all’occupazione italiana (1939-1943) e ad una indipendenza (dopo un breve intervallo trascorso sotto il tallone chiodato della Wermacht) che dal 1945 al 1991 si è tradotta nelle più dura e repressiva dittatura marxista che l’Occidente abbia mai conosciuto. Poi, la liberazione, che ha aperto una fase di rinascita democratica entusiasmante, ma caratterizzata da torbidi, instabilità politica e corruzione. Oggi chiunque sia disposto ad avventurarsi alla scoperta di questo strano e contraddittorio Paese non può che attendersi un’istruttiva esperienza di tipo socio-culturale. Anche perché, per il momento, l’Albania - terra sicuramente interessante sotto il profilo naturalistico - non può offrire nulla di più, almeno dal punto di vista dell’organizzazione turistica, come la intendiamo noi italiani, ormai abituati a tutte le comodità.

Visitiamo Tirana. I suoi oltre 600.000 abitanti sono tutti attratti dal benessere made in Italy e in Usa. Una capitale simile ad un cantiere spasmodico, intasato di macchine e camion e soggetto a frequenti black out nell’erogazione di energia elettrica. Si costruisce probabilmente troppo in fretta e senza andare per il sottile. Ma intanto - aggiungiamo noi - si costruisce, cioè si dota la città di tutti quei servizi moderni, ed anche un po’ frivoli, che al tempo del regime erano impensabili. Non tutti i nuovi palazzi o i residence sono una meraviglia, ma sono comunque meglio dei “loculi” o delle grigie caserme dentro le quali vivevano una volta centinaia di famiglie. Oggi Tirana risulta essere una città ancora fortemente “scompensata” ed invasa da una moltitudine di ex-contadini e braccianti in cerca di fortuna: una situazione quest’ultima che ha creato non pochi problemi, anche se il governo sta cercando di porvi rimedio. La rapida ricostruzione e l’avvento del progresso hanno attirato sulla capitale molti albanesi, ma d’altra parte si tratta di un fenomeno che ebbe modo di verificarsi anche nell’Italia del secondo dopoguerra. Anche se parte della popolazione rurale e montana - quella più avanti negli anni - continua a rimanere aggrappata al proprio habitat e ai propri costumi. I pastori continuano a portare le greggi al pascolo tra gli oliveti e i campi, e la legge del kanun vige imperterrita tra i “gheghi”, la rude gente dell’estremo nord. Visitando il Paese ciò che colpisce è innanzitutto la natura, ancora in gran parte incontaminata, e il suo ordito di mattoni e cemento elaborato dall’uomo: le già citate oscenità architettoniche del regime si mescolano alla molteplicità di successive (e spesso discutibili) realizzazioni, in parte frutto della nuova speculazione edilizia. Non mancano, come è ovvio, le cose carine e finanche di pregio, come le antiche chiese ortodosse e cattoliche adornate al loro interno da begli affreschi (la quasi totalità di esse furono fatte chiudere dal satrapo Hoxha che nel 1967 pensò bene di vantarsi di governare il primo Stato Ateo del Mondo), le mal conservate rovine delle fortificazioni bizantine e veneziane di Durazzo, le moschee bianche, i villaggi assolati della costiera e gli antichi borghi montani dell’entroterra, aggrappati alla roccia, al tempo passato, orgogliosi del loro splendido e drammatico isolamento. Sì, perché in Albania le strade, e le infrastrutture in genere, lasciano ancora a desiderare, e parecchio. Visitare a fondo questo Paese non è facile. Bisogna percorrere centinaia di chilometri di strade montane, strette e senza guardrail, affrontare ponti traballanti ed interruzioni. Ma ne vale la pena perché la regione è estremamente luminosa, varia, affascinante, a tratti anche cupa e atroce. Pianure verdi a tratti incolte, colline scarnificate dalle frane, contrafforti e vette aspre, cime innevate, a perdita d’occhio. Un paesaggio da estrema frontiera quello albanese: scavato da fiumi e torrenti impetuosi pieni di trote, costellato da laghi, solcato da gole profonde dalle quali si accede a valli di improvvisa, inattesa bellezza. Per poi risalire, attraverso gli antichi ponti romani della via Egnatia, lungo ripidi crinali e cime fredde e remote, fitte di abeti e popolate di daini, caprioli, cervi, lupi, linci e persino orsi. Insomma, un’avventura per gli occhi e per lo spirito: un salto a ritroso nel tempo, in una realtà geofisica quasi ai confini dell’Oriente e del mistero; sicuramente oltre i rassicuranti e paciosi panorami naturali ai quali siamo abituati. L’orografia e la natura d’Albania non ricordano la pace bucolica, ma la contesa tra l’uomo e l’ambiente, la lotta per la sopravvivenza. Qui la gente non può permettersi di essere debole o, peggio, romantica. Se si vuole vincere la montagna albanese si deve essere tutt’uno con essa, o al limite un eroe, come il condottiero cristiano Giorgio Castriota Skanderbeg colui il quale, durante la prima metà del XV secolo, si alleò proprio con questa impervia natura per combattere, respingere e decimare le orde turche provenienti dall’Est. Ma ritorniamo a Tirana. Qui, come in altri centri urbani del paese, ciò che colpisce di più è infatti la netta frattura che separa il nucleo abitativo dall’ambiente esterno. Nelle città albanesi ci si rifugia in cerca di riparo. Della capitale non sono tanto i rari minareti o la sproporzionata Piazza Skanderbeg ad incuriosire, ma l’eclettismo chiassoso dell’agglomerato stesso e del suo habitat architettonico e antropologico. Ciò che colpisce è sostanzialmente la contraddizione, ma anche la commistione, di condizioni urbanistiche e di stili di vita diversi. A Tirana ciò che stupisce sono gli infiniti cantieri a cielo aperto, le strade polverose, il traffico, i bambini mendicanti davanti ai pochi alberghi di lusso, le numerosissime stazioni per il lavaggio auto e il proliferare di negozi, ristoranti, bar e pub d’ogni tipo. Colpisce anche, ma non è una notizia, il continuo proliferare di antenne paraboliche: un segnale che tradisce un’evidente ansia di rivalsa nei confronti del forzato e completo isolamento patito dal Paese durante la dittatura comunista. Sui tetti e lungo le facciate dei palazzi, ma anche delle baracche di periferia, dominano migliaia di antenne satellitari in grado di captare ventiquattro ore su ventiquattro migliaia di notizie e di esempi stereotipati o reali di vita provenienti da altri mondi, alcuni dei quali, ad esempio l’Italia, distanti neanche un centinaio di chilometri. Sì, perché l’albanese medio, oltre al sogno americano, continua a cullare soprattutto quello italiano, forse perché più a portata di mano. Sono le modelle ingioiellate, i lustrini dell’alta moda, l’apparente dolce opulenza e, soprattutto, il campionato di calcio a fare andare in delirio gli albanesi. Nel Paese delle Aquile (che pur vanta una Federazione risalente al 1913) il calcio va fortissimo e viene assunto come una droga. Basti pensare che alla fine di marzo (2003) in occasione della partita Albania-Scozia, giocata nello Stadio di Tirana, c’erano più 20.000 i tifosi sugli spalti, ad urlare e a sventolare bandiere. Ma in Albania, data la scarsa levatura dei tornei locali, si gioisce e si piange soprattutto per le gesta di Juve, Lazio o Milan. Come si seguono, con altrettanto identico spirito emotivo, le avventure del commissario Montalbano: esempio molto apprezzato di mascolina equità, forza, e anche egoismo. Ma non è tutto. A dimostrazione dell’effetto quasi ipnotico della televisione italiana sugli albanesi (a loro parziale giustificazione va ricordato che durante il regime di Hoxha chi veniva scoperto a guardare una qualsiasi emittente straniera si beccava otto anni di lavori forzati) basti pensare che è più seguita una trasmissione come Porta a Porta di Bruno Vespa che non i dibattiti politici tra i supporter del premier socialista Fatos Nano e del suo rivale di centrodestra Sali Berisha. Gli albanesi traspongono e proiettano le loro idee e le loro speranze politiche in personaggi o cause ideologiche estere. Tifano, infatti, per Berlusconi o per D’Alema: proiezioni esponenziali di Berisha e di Nano. Gli unici leader italiani che gli albanesi proprio non riescono proprio a decifrare sono i Bertinotti e i Cossutta. Comprensibile: dopo essersi sorbiti una dittatura come quella di Hoxa nessuno da queste parti vuole più sentire parlare di comunismo e marxismo. I pochi albanesi che rimpiangono il dittatore sono infatti gli orfani del passato regime, gli ex privilegiati, cioè poche migliaia di burocrati e poliziotti rimasti a spasso. Ma se è vero che gli albanesi continuano a sognare l’Italia attraverso i nostri ripetitori, è altrettanto vero che qui la gente - che non è affatto stupida e meno che mai priva di iniziativa - ha fatto presto a capire che può cavarsela in proprio. Non a caso, giusto in questi ultimi anni, in Albania sono sorte un mucchio di emittenti, circa settantacinque, alcune delle quali, a dire il vero, piuttosto ben strutturate, seppure clonate da quelle italiane. Ma torniamo a passeggiare lungo le strade cittadine. Se nell’intimo delle abitazioni o nei locali le emittenti la fanno da padrone, lungo le sconnesse arterie albanesi le auto, moltiplicatesi a dismisura, si stanno aprendo un varco negli usi e costumi di un popolo che fino a dieci anni fa aveva maggiore confidenza con il carretto trainato dall’asino. I tempi in cui un ingegnere guadagnava al massimo 10 dollari al mese sono, per fortuna, finiti e l’attuale lenta e disordinata crescita economica consente anche di sognare on the road. Per un albanese medio possedere un’auto non è più un miraggio consumistico; non è più un affare per pochi (cioè un benefit per i burocrati di partito). A fronte di un salario medio che si aggira intorno alle 150/200.000 lire al mese, si può tentare l’acquisto. A condizione di optare per l’usato o anche per le provenienze meno chiare. Le strade, soprattutto quelle di Tirana, sono un ingorgo di automobili, gran parte di grossa cilindrata, quasi tutte Mercedes, mal gestito da un piccolo esercito di poliziotti le cui divise assomigliano a quelle di trascurate guardie giurate. I vigili fanno quello che possono per cercare di regolare il traffico. Affibbiano persino multe, ma stentano comunque ad arginare il fenomeno della guida pericolosa e della sostanziale allegra noncuranza nei confronti di divieti e precedenze. La frenesia a quattro ruote prevarica la legge e ci vorrà del tempo per giungere al completo rispetto del codice della strada. Dalle strade ai ristoranti e all’alimentazione. Sembra passato un secolo da quando, sempre durante il regime comunista, per acquistare mezzo litro di latte un cittadino albanese doveva alzarsi alle tre del mattino e farsi lunghe ore di fila davanti agli spacci autorizzati. O come quando per acquistare un etto di carne l’attesa cominciava dalla sera precedente, aspettando i camion che giungevano dalle campagne. Oggi tutto è cambiato e in Albania, sotto questo aspetto, non sembra mancare proprio nulla o quasi. I negozi di prodotti alimentari non si contano, i mercati pure. Le bancarelle abbondano di frutta e verdura, e le macellerie spingono il turista a farsi vegetariano. La carne - generalmente di buona qualità - la si continua, infatti, a tagliare e a frollare come una volta, cioè per terra, in un nugolo di mosche. I locali, comunque, non sembrano farci caso e alla fettina, se possono, non rinunciano, anche se l’igiene scarseggia e i Nas appartengono ancora alla fantascienza. Tutti comprano e vendono a suon di lek, moneta dal valore piuttosto evanescente. Nella nuova Albania l’offerta è sempre svelta a soddisfare la domanda. A Tirana, come si è detto, tutto è rintracciabile: dall’impianto hi-fi alla lavastoviglie, dal vino italiano allo champagne, dall’auto di lusso all’utilitaria, dal martello pneumatico al telefonino ultimo modello, dalla pizza ai gamberoni. Sarà il capitale lecito, ma più frequentemente illecito, accumulatosi e messo in circolazione nel Paese; sarà l’onda lunga degli aiuti finanziari internazionali o il beneficio derivante dalle commesse dei 700.000 albanesi emigrati all’estero. Sarà il miracolo del nuovo millennio, ma Tirana non è più la città del 1991, cioè dell’anno zero, quando, dopo la rivolta degli studenti, bande di disperati armati fino ai denti presero il sopravvento, dando la caccia e appendendo agli alberi gli odiati miliziani di Hoxha e saccheggiando i depositi della farina e del pane. Fa un certo effetto ritrovare lungo i boulevard di Tirana un tempo macchiati di sangue e cosparsi di cadaveri, tanti giovani, vestiti più o meno alla moda, che bazzicano da un bar all’altro, da un pub ad una discoteca a caccia di musica, di drink e di libertà: in cerca di Occidente, insomma. Questi giovani, che indossano le braghe e i giubbotti sdruciti dei loro ben più fortunati e viziati coetanei italiani con l’anello al naso e la pancia rimpinzata di merendine, non ambiscono affatto a qualche sorta di rivoluzione sociale e non inneggiano ai miti no global. Venuti fuori da famiglie vissute in gran parte nella più sostanziale miseria e ingiustizia, i ragazzi albanesi desiderano soltanto diventare occidentali e, entro certi limiti, consumare ciò che il capitalismo ha già profuso a piene mani, fino alla nausea, ai loro coetanei italiani. L’obiettivo dei giovani, e soprattutto degli studenti albanesi, è lavorare e progredire economicamente e socialmente. Non a caso, da qualche anno a questa parte e soprattutto nelle città, si sta sviluppando una sorta di nuovo ceto medio laico e liberista, costituito dai commercianti più intraprendenti, dai più svelti funzionari dell’amministrazione pubblica rientrati in patria dopo esperienze all’estero, dai giornalisti della nuova generazione e dagli intellettuali. Sì, dagli intellettuali. Perché in Albania i “veri” intellettuali considerano l’avvento e il consolidamento della borghesia come l’unico fatto veramente rivoluzionario ed auspicabile, sia sotto il profilo economico che culturale. Ma non c’è da stupirsi più di tanto. In un Paese che per decenni è stato governato da una ristretta nomenclatura di partito che aveva come unico scopo quello di costringere l’intera popolazione ad una sorta di sottomissione feudale, ciò è più che normale. L’esplosione della cantieristica urbana, di cui abbiamo parlato e che caratterizza gran parte dell’attività nazionale, ha innescato un ciclo virtuoso, ma anche un certa corruzione, soprattutto in taluni settori dell’amministrazione pubblica che risentono ancora di decenni di economia chiusa e di mentalità da clan. Si tratta di un fenomeno ovviamente negativo, ma forse fisiologico che spesso, nei paesi arretrati, si accompagna alla eccessiva, spasmodica voglia di fare e di migliorare. Attenzione però a non fare di tutta un’erba un fascio: nell’insieme, gli albanesi lavorano sodo e onestamente. Anagraficamente il paese è molto giovane (l’età media non supera i 26 anni); l’indice di scolarizzazione sta crescendo rapidamente; la popolazione globale è contenuta (poco più di 3 milioni di abitanti); il sottosuolo albanese è ricco di minerali, gas e petrolio; le campagne, se adeguatamente sfruttate, potrebbero fornire una grande quantità e varietà di prodotti. Il paesaggio, soprattutto quello del litorale adriatico, potrebbe essere sfruttato a fini turistici. Insomma, le potenzialità per una crescita sussistono e i giovani imprenditori albanesi - se giustamente istruiti, indirizzati e sostenuti - potrebbero trasformare il volto della loro nazione. Ed è proprio in quest’ottica che si muove il nostro governo, giustamente interessato a fare sì che l’Albania si affranchi al più presto dai suoi mali endemici. Non più quindi inutili sovvenzioni a pioggia, ma programmi di sviluppo e finanziamento mirati e studiati. A chiederlo sono gli stessi albanesi. “L’Italia - spiegano al Ministero dell’Economia - è il primo ‘donatore’ bilaterale dell’Albania (davanti a Germania e Stati Uniti) e terzo assoluto dopo l’Unione Europea e la Banca Mondiale, sia per quanto riguarda gli impegni che per le somme effettivamente erogate (circa il 15% del totale). Il 9 aprile 2002 i governi di Roma e di Tirana hanno firmato il nuovo Protocollo Triennale di Cooperazione 2002-2004 che comporterà esborsi per complessivi 200 milioni di euro (che si vanno ad aggiungere ai 400 erogati nel periodo 1991-2001)”. Nella fattispecie, il governo italiano si è impegnato nei seguenti progetti di sviluppo: fornitura di energia elettrica (30 milioni di euro) per fare fronte alla grave carenza di energia che paralizza il sistema produttivo; interventi di costruzione ed ammodernamento delle condotte idriche, delle strade, delle ferrovie e ripristino del porto di Valona; aperture di credito e assistenza tecnica per aziende di stato e private; interventi a sostegno delle scuole primarie e secondarie e delle università; incentivi per l’agricoltura (fornitura di mezzi agricoli, nuove colture, irrigazioni); assistenza nel settore ambientale, ecologico, culturale, istituzionale, sociale e della formazione professionale. Oltre a ciò, nell’ambito del “Patto di Stabilità” per l’area balcanica, approvato dal parlamento italiano con la legge 84/2001, è stato disposto uno stanziamento aggiuntivo di 100 miliardi di vecchie lire da destinare ad attività di sviluppo e democratizzazione dell’intera area balcanica. Con queste premesse si può quindi azzardare che - come sostiene lo stesso governo di Tirana - nell’arco di due, tre anni l’Albania potrà - grazie al sostanzioso appoggio politico-economico e militare italiano - uscire definitivamente dall’attuale “situazione di emergenza”, imboccando finalmente una rapida e costante ripresa nella legalità, quella che dovrebbe anche estinguere del tutto il doloroso fenomeno dell’emigrazione. E chissà che a quel punto non siano proprio le imprese e gli investitori italiani a dare vita ad un esodo contrario per contribuire anch’essi a trasformare (ci venga concesso un eccesso di ottimismo) il Paese delle Aquile in una nuova svizzera balcanica affacciata su un mare da sogno.

 

 

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Informazioni generali:

Traporti
Trasporti: traghetti Bari/Durazzo, Ancona/Durazzo, Trieste/Durazzo, Brindisi/Valona; collegamenti aerei per Tirana da Roma, Milano, Bologna, Bari e Verona (con Alitalia, Belle Air, Ada Air e Albanian Airlines).

I documenti per partire
Documentazione necessaria per l'ingresso nel Paese è il passaporto. Visto di ingresso: in entrata alla frontiera (terrestre, marittima, aerea) viene richiesto il pagamento di 10 Euro per il visto obbligatorio ad esclusione dei Passaporti diplomatici e di servizio.

continua

Situazione sanitaria
Le strutture medico ospedaliere pubbliche sono ancora fortemente carenti mentre alcune strutture sanitarie private sono di livello più alto rispetto a quelle pubbliche anche se non sono comunque in grado di effettuare interventi più complessi. continua

Utilità:

Viabilità
La patente italiana viene accettata.
N.B.: Necessario il Certificato internazionale di circolazione (ottenibile c/o M.C.T.C.) per importare temporaneamente e circolare con la propria auto. continua